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      <title>Personal Trainer - Fitness Insight.it</title>
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      <description>Il personal trainer e un allenatore personale, figura professionale sempre piu utilizzata, che per filosofia e cultura, fa della propria formazione personale, un mezzo indispensabile per essere sempre aggiornato ed al passo con i tempi.</description>
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      <copyright>Copyright 2007</copyright>
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         <title>Esercizi per i glutei</title>
         <description><![CDATA[Esistono alcune zone del corpo che per molte persone sono critiche e che difficilmente riescono, anche con allenamenti mirati, a modellare come vorrebbero.
Una di queste zone critiche sono sicuramente i <strong>glutei</strong>, le donne spesso vorrebbero dei glutei rotondi, sodi, senza inestetismi, ed invece spesso si ritrovano con sederi piatti, flaccidi, e magari con dei bruttissimi cuscinetti sulla parte esterna. 

Nell’<strong>allenamento</strong> sappiamo che per modificare una zona del corpo è comunque sempre necessario allenare tutto il corpo nel suo insieme, questo permette di scatenare dei meccanismi metabolici utili anche allo scopo specifico. 
È dunque inutile allenare una sola zona del corpo e tralasciare tutto il resto, è sempre necessario elaborare un programma nel suo insieme.

Qui di seguito descriverò <strong>tre esercizi </strong>utili ad allenare nel modo migliore è più completo i glutei, sono esercizi di base che volendo potrebbero essere variati per aumentarne l’intensità, questa sequenza di esercizi andrà poi inserita all’interno di una tabella di lavoro che il vostro <strong>Personal Trainer</strong> sarà in grado di realizzare.

Per realizzare questi esercizi a corpo libero basteranno due cavigliere.

<em>qui di seguito il pdf con i tre esercizi e le rispettive didascalie</em>

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         <pubDate>Sat, 10 Nov 2007 16:42:49 +0100</pubDate>
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            <item>
         <title>Pancafit e stretching</title>
         <description>Pancafit è l’ultimo ritrovato nel campo della salute fisica e del fitness ed è straordinario per il suo facile utilizzo e per il benessere immediato che il paziente ottiene. Viene usato ormai in molti settori sia medici che sportivi come stretching globale per detensione muscolo-articolare. E’ altresì utilizzato dagli atleti e, poiché agisce sull’allungamento dei muscoli antagonisti, permette di ottenere una maggior coordinazione neuromuscolare e dunque prestazioni sportive migliori. 
Pancafit migliora dunque la postura che se corretta e bilanciata è l’espressione di un buon equilibrio muscolare e articolare. Non può esserci una buona postura in presenza di patologie e disarmonie a carico dell’apparato osteo-articolare.
E’ universalmente noto che la struttura muscolare di un corpo umano, soprattutto al giorno d’oggi, è quotidianamente soggetta a stress, tensioni, traumi e di conseguenza inevitabili retrazioni muscolari che, strutturandosi nel tempo, causano inevitabili compressioni alle articolazioni. 
Le cause delle retrazioni possono essere molteplici: tensioni emotive,traumi, incidenti, sedentarietà o eccessiva attività fisica. 
Qualsiasi articolazione che si trovi a lavorare con un eccesso di compressione intrarticolare o che lavori fuori dall’asse fisiologico sarà inevitabilmente soggetta a patologie più o meno gravi, tra cui la sindrome da conflitto.
Questa tecnica nuova si avvale di un attrezzo multifunzionale, capace di imprimere posture corrette e allungamenti muscolari globali ma soprattutto che permette di eliminare i compensi che il corpo mette inevitabilmente in atto ogni qual volta si cerca di allungare i muscoli, nel tentativo di alleggerire le tensioni. Lo stretching globale attivo decompensato nasce dunque come risposta a una crescente esigenza sia da parte dell’utente comune sia dell’atleta, proprio perché consente di recuperare un benessere fisico perduto e la possibilità di esprimere al massimo le proprie potenzialità in modo corretto, bilanciato.

Con questa metodica si può incrementare anche la capacità di percepire meglio il proprio corpo, migliorare la coordinazione neuromuscolare e dunque le sinergie ( fondamentale per l’articolazione della spalla ), la dinamicità, riducendo o eliminando la possibilità di traumi muscolari ( crampi, strappi muscolari, ecc. ).
E’ noto a tutti noi il meccanismo per cui la vita di ogni giorno, lo stress, i traumi, eccetera, impongono al tessuto muscolare una continua tensione che sfocerà col tempo in retrazioni muscolari e dunque perdita di lunghezza del muscolo, con conseguente rigidità articolare. Anche l’atleta non sfugge a questi meccanismi.
Questa metodologia nasce proprio per dare una risposta e una completezza di lavoro, riducendo o impedendo la possibilità dei compensi attraverso l’utilizzo di pancafit.
Perché questo metodo sia efficace è necessario effettuare una precisa ed accurata analisi posturale delle persone che si accingono ad effettuare sedute di stretching globale decompensato su pancafit.
Questo perché la postura è come un libro aperto, in cui si può leggere, riconoscere e valutare, attraverso test posturali specifici, l’ipotetica causa primaria ( può essere un vecchio trauma, un incidente, stress protratto, cattive ergonomie lavorative, ecc.).
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         <link>http://www.fitnessinsight.it/personal-trainer/pancafit_e_stretching.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#tag">stretching</category>
        
         <pubDate>Mon, 20 Aug 2007 11:34:51 +0100</pubDate>
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         <title>La propriocezione nella spalla</title>
         <description><![CDATA[Il termine sensibilità propriocettiva fu introdotto nel 1906 da Sherrington per indicare l’insieme dei segnali nervosi che si originano durante il movimento. Secondo questa definizione gli stimoli adeguati sono applicati dall’organismo stesso a recettori specifici che si trovano all’interno degli organi di movimento, di qui la definizione di proprio. A quasi 100 anni di distanza, questa definizione è ancora attuale, anche se il concetto originario di sensibilità propriocettiva ha subito notevoli evoluzioni ed estensioni. In particolare, accanto ai segnali provenienti dai due tipi principali di propriocettori presenti nei mammiferi, i <strong>fusi neuromuscolari </strong>e gli <strong>organi muscolo tendinei del Golgi</strong>, attualmente vengono inclusi nella sensibilità propriocettiva anche quelli provenienti da altri recettori, situati nei muscoli e nelle articolazioni, destinati a ricevere stimoli di varia natura, tattili, pressori, dolorifici.

<strong>La sensibilità somatica</strong> profonda che è alla base del sistema propriocettivo si struttura attraverso: i <strong>propriocettori articolari</strong>, <em>che danno la sensazione cosciente del senso di posizione</em>; i <strong>propriocettori muscolari</strong>, <em>che espletano la regolazione non cosciente e riflessa del senso di movimento</em>; i <strong>recettori profondi non propriocettori</strong>, <em>che regolano la posizione e il movimento ma sono attivati in modo diretto e non specifico</em>.

Lo stesso Sir Charles Sherrington è stato uno dei neurofisiologi che maggiormente ha contribuito alla comprensione delle più importanti relazioni neuromuscolari che permettono il mantenimento della postura, che possiamo definire come <em>“atteggiamento somatico risultante da complessi meccanismi di correlazione ed integrazione neuromuscolare di impulsi periferici elaborati dal S.N.C ed attuati a tutto il soma.”</em>

Le componenti del <strong>tono posturale </strong>sono essenzialmente identificabili attraverso le componenti spinali, attraverso il sistema afferente ed efferente, e la componente sovraspinale, attraverso l’apparato vestibolare, reticolare e cerebellare. Entrambe le componenti del tono posturale contribuiscono al mantenimento della stazione eretta che come scrisse lo stesso Sherrington, è una risposta posturale estesa e composita,nella cui attuazione è di importanza fondamentale la contrazione dei muscoli antigravitari che controbilanciano il peso del corpo, che altrimenti, flettendo le articolazioni, provocherebbe la caduta a terra.

La <strong>propriocettiva</strong> è divenuta un pilastro fondamentale nel processo di recupero funzionale di un articolazione ma anche nel sopperire ad una lacunosa padronanza posturale e motoria. A tal proposito cito il pensiero di D.A. Lemoine secondo il quale la “<em>sensibilità propriocettiva consente di percepire le sensazioni di spostamento, attivo o passivo che sia, del peso, della resistenza, dello sforzo, seguite da un immediato adattamento che può essere cosciente, ma perlopiù è incosciente, mediante adeguate contromisure espresse da movimenti o attitudini consoni alla correzione</em>”.

Il sistema propriocettivo è composto dal concetto di propriocezione, inteso come percezione del proprio segmento corporeo nello spazio; cinestesia come la capacità di percepire il movimento e la sua direzione; il tutto integrato dall’informazione tattile, visiva e vestibolare.

Proprio quest’ultimo riveste un grande importanza sul sistema propriocettivo, ed è stato dimostrato da Tomatis il quale ha rilevato come in soggetti che in seguito ad uno shock uditivo, abbiano conseguito un blocco uditivo sulle frequenze medio-alte (4000/8000 Hz), con l’effetto fisiologico di un rilassamento dei muscoli dell’orecchio medio e quindi una percezione distorta dei suoni, si incorre in un cattivo assetto posturale. Questo dimostra da una parte che l’orecchio non è solo un organo sensoriale ma anche un integratore posturale, dall’altra che associazione tra chinesiologia educativa e metodo Tomatis permette, come testimoniano i risultati ottenuti fino ad esso, risultati  veloci e duraturi nel tempo nel risolvere difetti posturali che possono essere alla base di patologie al cingolo scapolo-omerale.

<strong>La ginnastica propriocettiva </strong>come afferma Wyke si pone l’obiettivo di una riprogrammazzione neuromuscolare che oltre a migliorare la propriocezione e la sinestesia cerca di prevenire alterazioni dell’assetto posturale. Questo approccio propriocettivo a livello della spalla è giustificato, secondo  Vangness, dall’esistenza di terminazioni libere e meccanocettori a livello dei legamenti gleno-omerale, coraco clavicolare, coraco-acromiale e del labbro glenoideo. Questo è stato ipotizzato anche dallo studio di Jerosch del 1996 in cui veniva analizzata,su un gruppo di soggetti sani, la <strong>capacità di riproduzione di un angolo passivo di movimento</strong> (RPP Test, Range Passive Position ). I risultati hanno infatti dimostrato tra i soggetti una varianza bassa nelle abilità propriocettive e un influenza della vista. Inoltre i risultati migliori sono stati ottenuti al di sopra del livello della spalla piuttosto che al di sotto. 
Tutto ciò può essere spiegato ipotizzando un incremento dell’attività dei meccanorecettori quando viene messo in tensione il legamento gleno-omerale inferiore.

Oltre al semplice <strong>RPP Test </strong>esistono altri metodi di valutazione che permettono di monitorare una possibile evoluzione del sistema propriocettivo dell’arto trattato. Il <strong>TTDPM</strong> (Threshold To Detect Passive Motion) è uno di questi che utilizza l’ausilio di una macchina isocinetica, o l’elettromiografo che misura la latenza della contrazione muscolare riflessa, quest’ultimo sicuramente più preciso ma anche il più invasivo.

<strong>Il potenziamento muscolare </strong>gioca un ruolo importante nel migliorare il meccanismo di concavità compressione, e nel ridurre il rischio di fatica muscolare (per esempio nella fase finale di un evento sportivo) che porta alla perdita di propriocezione e ad una possibile lesione articolare.

Lephart suggerisce la seguente progressione nell’allenamento per restituire la propriocezione e il controllo neuromuscolare.

1.	senso si posizione articolare e sinestesia: esercizi di riposizionamento gleno-omerale con e senza l’aiuto della vista, esercizi propriocettivi neuromuscolari con resistenza manuale.

2.	stabilizzazione dinamica dell’articolazione: esercizi di carico assiale sull’articolazione gleno-omerale ( catena cinetica chiusa con una tavola di equilibrio posta tra la mano e il pavimento ), per stimolare l’attivazione sia dei muscoli gleno-omerali che scapolo toracici.

3.	controllo neuromuscolare reattivo: esercizi pliometrici di lancio (contro un muro) e di presa di una palla.

4.	attività funzionalmente specifiche secondo lo sport praticato dall’atleta e dal suo ruolo nel team.

La fase di miglioramento del controllo neuromuscolare deve essere utilizzata quando l’arto leso ha recuperato la sua completa articolarità, la sua normale artrocinematica e ha ritrovato la sua funzione muscolare.
Seguendo queste linee guida, possono essere realizzati molti altri esercizi. È importante permettere una buona “compliance” del paziente, prescrivendo esercizi che seguano una progressione lineare dal facile al difficile dal semplice al complesso.

Elia Zappia
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         <link>http://www.fitnessinsight.it/personal-trainer/la_propriocezione_nella_spalla.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#tag">postura</category>
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         <pubDate>Tue, 12 Jun 2007 09:22:06 +0100</pubDate>
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         <title>Gravidanza e osteoporosi</title>
         <description><![CDATA[La robustezza delle ossa, come si sa, è correlata al metabolismo del calcio.
I fattori maggiormente coinvolti sono, da una parte la quantità di <strong>calcio</strong> assunta con l’alimentazione e dall’altra la quantità di <strong>vitamina D</strong> metabolizzata a livello di vari organi tra cui la pelle.
Infatti, grazie all’assorbimento dei raggi ultravioletti, la <strong>vitamina D</strong> viene chimicamente perfezionata dal nostro organismo.
Le carenze nell’assunzione di <strong>calcio</strong> e di <strong>vitamina D</strong> sono spesso sottovalutate, mentre non rappresenta un problema l’esposizione alla luce del sole e agli UV. 
Quasi sempre il problema non si pone fino alla terza età quando la riduzione della massa ossea legata all’invecchiamento può configurare un inizio di vera e propria <strong>osteoporosi</strong>, ciò comporterà una maggiore fragilità dello scheletro con la possibilità di micro e macrofratture spesso gravemente invalidanti.

<img alt="osteoporosi.jpg" src="http://www.fitnessinsight.it/images/osteoporosi.jpg" width="190" height="205" />
<em>foto: www.gibis.org</em>

Più <strong>calcio</strong> nelle ossa avremo immagazzinato durante lo sviluppo e l'tà giovane-adulta  minori problemi sorgeranno quando la stessa massa ossea comincerà a decrescere.
La rinomata rivista Lancet ha pubblicato un interessante studio inglese che ha seguito circa duecento donne durante la gravidanza: le variabili prese in esame erano la costituzione corporea, la loro alimentazione e i livelli di <strong>vitamina D</strong> nelle ultime fasi della gravidanza.
I figli di queste donne sono stati seguiti fino all’età di nove anni.
Lo studio nato da queste osservazioni ha rilevato che il 31% delle madri in gravidanza risultava avere una concentrazione di <strong>vitamina D</strong> insufficiente e il 18% deficitaria.
Il dato interessante emerso è che tale carenza di <strong>vitamina D</strong> nelle madri è strettamente collegata ad una minore massa ossea nei figli all’età di 9 anni, inoltre in base alla stima dell’esposizione alla luce solare ed all’assunzione di <strong>vitamina D</strong> è stato possibile prevedere la massa ossea dei figli. 
Infine anche la concentrazione di <strong>calcio</strong> nel sangue venoso, raccolto nel cordone ombelicale, è collegata alla massa ossea dei figli: quindi, meno calcio è stato assunto in gravidanza, e minore sarà la massa ossea del figlio a 9 anni.

Per la prevenzione dell’<strong>osteoporosi</strong>, potrebbe essere indicata, l’integrazione di <strong>vitamina D</strong>, specie nei mesi invernali ed in condizioni di <strong>gravidanza</strong>. 

Pubblicato: Lancet, Gennaio 2006.]]></description>
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         <pubDate>Wed, 30 May 2007 12:23:01 +0100</pubDate>
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         <title>Ruolo del PT nei traumi muscolo scheletrici</title>
         <description>Cosa deve fare un personal trainer di fronte ai traumi più comuni?
Le indicazioni contenute nel documento sono utili a trattare in assoluta sicurezza tali problemi, è comunque sempre necessario e professionalmente intelligente, consultare il medico che ha trattato per primo tale trauma.</description>
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         <pubDate>Tue, 15 May 2007 10:58:35 +0100</pubDate>
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         <title>L&apos;insulina ed il suo meccanismo perverso</title>
         <description><![CDATA[Molti pensano che il motivo per cui il loro peso aumenti e di conseguenza il proprio grasso sia l’assunzione di cibi ricchi di grassi, in realtà i grassi sono dei responsabili secondari rispetto agli zuccheri. Sono infatti gli zuccheri i principali nemici dell’aumento di peso e dell’aumento di grasso.
<strong>La glicemia è la concentrazione di glucosio disciolto nel sangue</strong>, questa concentrazione deve essere costante, e per mantenerla tale l’organismo adotta dei sistemi per poterla tenere entro determinati range.

Per il cervello è fondamentale che la glicemia rimanga costante per quattro motivi:

- il cervello, al contrario dei muscoli, non ha la capacità di immagazzinare scorte di glucosio
- il glucosio ematico è praticamente l'unico carburante per il cervello 
- il cervello consuma una quantità costante di energia, a prescindere dalla sua attività
- in assenza di glucosio, in pochi minuti le cellule cerebrali muoiono 

Il meccanismo di regolazione della glicemia è basato sul controllo di due ormoni antagonisti: l'<strong>insulina</strong> e il <strong>glucagone</strong>; questi due ormoni hanno effetti che sono diametralmente opposti.

<strong>Effetti dell'insulina sul metabolismo:</strong> 

<em>Promuove l'accumulo di glicogeno (zucchero di riserva) nel fegato e nei muscoli</em>

<em>Deprime il consumo di grassi e proteine in favore dei carboidrati, ovvero spinge le cellule a bruciare carboidrati piuttosto che proteine e grassi</em>

<em>Promuove la formazione di trigliceridi (grassi) a partire da carboidrati e proteine</em>

<em>Promuove l'immagazzinamento di grassi nel tessuto adiposo</em>

<em>Effetti del glucagone sul metabolismo </em>

<em>Promuove la liberazione del glicogeno dal fegato, che viene riversato sottoforma di glucosio nel sangue.</em>

<em>Promuove il consumo di grassi e proteine a sfavore dei carboidrati, ovvero spinge le cellule a bruciare le proteine e i grassi piuttosto che i carboidrati</em>

<em>Promuove la mobilizzazione dei grassi dai tessuti adiposi, che vengono resi disponibili ai tessuti per essere bruciati</em>

Con questo meccanismo, possiamo introdurre il glucosio (sotto forma di carboidrati) solo poche volte al giorno, durante i pasti: a mantenere costante la sua presenza nel sangue ci pensa l'asse ormonale insulina-glucagone, che utilizza come "magazzino" per il glucosio il fegato. 
<strong>Se la glicemia scende</strong>, come durante il digiuno, il pancreas secerne glucagone che ordina al fegato di prelevare glucosio dalle sue scorte e d'immetterlo nel sangue. Il glucagone, inoltre, spinge le cellule all'utilizzo di grassi e proteine come fonte energetica: in questo modo si predispone tutto l'organismo al risparmio del glucosio.
<strong>Se invece la glicemia sale</strong>, come dopo un pasto, il pancreas secerne insulina che comanda al fegato di prelevare il glucosio dal sangue e d'immagazzinarlo. Siccome la capacità del fegato d'immagazzinare glucosio è piuttosto limitata (circa 70 grammi), i carboidrati in eccesso vengono convertiti in grassi e depositati nei tessuti adiposi. L'insulina, al contrario del glucagone, spinge le cellule a utilizzare i carboidrati come fonte energetica. 

Quindi quando c'è abbondanza di glucosio l’organismo ne utilizza il più possibile, e quello in eccesso lo immagazzina sottoforma di grassi; quando c'è carenza cerca di conservarlo il più possibile, prelevando i grassi dalle scorte e utilizzandoli come fonte energetica. Il meccanismo dell'insulina diventa "perverso" quando ne viene secreta troppa: in questo caso la glicemia si abbassa troppo, il cervello va in crisi e invia all'organismo gli stimoli per introdurre nuovo combustibile, cioè cibo.
La quantità d'insulina secreta dal pancreas dipende dalla velocità con la quale s'innalza la glicemia, questa velocità dipende da due fattori: l'indice glicemico e la quantità dei carboidrati che assumiamo. 

Nel caso di ingestione di carboidrati a basso indice glicemico: la glicemia s'innalza gradualmente, e viene secreta una quantità normale d'insulina che riporta gradualmente la glicemia ai livelli precedenti l'assunzione di carboidrati. In questo caso la fame sopraggiungerà dopo circa 3 ore.

Se invece vengono ingeriti carboidrati ad <a href="http://www.montignac.com/it/ig_tableau.php">Alto Indice Glicemico</a>, la glicemia subisce un brusco innalzamento, viene secreta una quantità notevole d'insulina che causa un'altrettanto brusca diminuzione della glicemia. In una situazione di questo tipo la fame sopraggiungerà dopo circa 1 ora dall'assunzione della stessa quantità di carboidrati.

<strong>L'indice glicemico degli alimenti e la quantità di carboidrati non sono l'unico fattore che influenza la quantità d'insulina che viene secreta dal pancreas, esiste anche una diversa reazione individuale</strong>, com'è stato dimostrato da Gerald Raven nel 1987. 
Secondo i suoi studi il 25% della popolazione ha una risposta insulinica pigra. In pratica questi fortunati individui hanno una risposta simile a quella in figura 1a anche assumendo carboidrati ad alto indice glicemico.
Un altro 25% della popolazione ha una reazione insulinica eccessiva. Anche assumendo carboidrati a medio indice glicemico, queste persone hanno una reazione insulinica simile a quella che avrebbero assumendo alimenti con indice glicemico alto.
Il restante 50% ha un comportamento che possiamo definire "normale".
In parole povere per il 25% della popolazione il meccanismo dell'insulina diventa perverso con estrema facilità.
In generale il 75% della popolazione dovrebbe controllare l'assunzione di carboidrati, il che significa controllare sia l'indice glicemico che le quantità assunte, pena l'inevitabile tendenza al sovrappeso.

<em>Controllare questo meccanismo consente di evitare, oltre che di ingrassare, di imbattersi in alcune tra le più diffuse patologie dell’apparato cardio-circolatorio.</em>

<strong>Ecco cosa si evita tenendo sotto controllo l’insulina:</strong> 

- si prevengono disfunzioni metaboliche gravi come il diabete di tipo 2;
- si riesce a seguire una dieta ipocalorica senza avere sempre lo stimolo della fame
- si riesce a mantenere il peso forma senza troppi sacrifici
- si contribuisce a mantenere basso il colesterolo, poiché l'insulina è uno dei fattori che stimola la produzione endogena (cioè prodotta dal proprio organismo)

<strong>Le regole che permettono di mantenere i livelli di insulina nei range normali sono: </strong>

- evitare carboidrati ad <a href="http://www.montignac.com/it/ig_tableau.php">alto indice glicemico</a>, e non assumerli mai da soli;
- assumere pasti con la corretta ripartizione dei macronutrienti (evitare - pasti a base di soli carboidrati);
- mangiare almeno 5 volte al giorno, evitando abbuffate nei pasti principali;
- preferire fonti di carboidrati a bassa densità, e preferire quelli a basso indice glicemico.

fonte: www.cibo360.it
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         <link>http://www.fitnessinsight.it/personal-trainer/linsulina_ed_il_suo_meccanismo.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">Alimentazione</category>
        
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         <pubDate>Thu, 10 May 2007 13:06:39 +0100</pubDate>
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         <title>Trasporto di ossigeno e anidride carbonica</title>
         <description><![CDATA[Una volta che l’O2 ha superato la membrana respiratoria e diffonde nel sangue, una gran parte di esso si combina reversibilmente con l’emoglobina, mentre una piccola parte rimane disciolta nel plasma. <strong>L’emoglobina trasporta l’O2</strong> dai capillari alveolari ai capillari tissutali dove viene liberato. L’ossigeno quindi diffonde dai tessuti alle cellule. L’ossigeno viene utilizzato dalle cellule che producono anidride carbonica durante il metabolismo aerobico. L’anidride carbonica diffonde dalle cellule verso i capillari tissutali. Una volta entrata nel sangue, <strong>l’anidride carbonica viene trasportata disciolta nel plasma combinata all’emoglobina </strong>oppure sotto forma di ioni bicarbonato.

<strong>L’ossigeno viene trasportato dagli alveoli polmonari ai tessuti corporei </strong>legato per il 97% all’emoglobina dei globuli rossi e per il restante 3% disciolto nel plasma. La combinazione dell’ossigeno con l’emoglobina è reversibile. Nei capillari polmonari l’ossigeno si lega all’emoglobina e nei tessuti si stacca diffondendo negli spazi tissutali.

<strong>L’anidride carbonica viene trasportata dal sangue in tre differenti modi</strong>: circa l’8% viene trasportata come CO2 disciolta nel plasma, il 20% si lega alle proteine del sangue ( inclusa l’emoglobina ) ed il 72% viene trasportata sotto forma di ioni bicarbonato. Le proteine che legano l’CO2 vengono chiamate composti carbaminici. La proteina principale alla quale si lega è l’emoglobina e prende così il nome carbominoemoglobina. L’CO2 si lega reversibilmente alla porzione globinica dell’emoglobina. Nei tessuti dopo che l’emoglobina ha rilasciato l’O2, essa ha una capacità maggiore di legarsi all’CO2; viceversa, nei polmoni l’emoglobina si lega all’O2 e rilascia più facilmente l’CO2. La CO2 diffonde all’interno dei globuli rossi ed in parte si lega all’emoglobina, la maggior parte invece reagisce con l’acqua per formare l’acido carbonico, questa reazione viene catalizzata dall’anidrasi carbonica presente nei globuli rossi. La reazione continua con la dissociazione dell’acido carbonico in ioni bicarbonato e ioni idrogeno. All’interno del globulo rosso gli ioni bicarbonato hanno concentrazione maggiore, tendono così a diffondere nel plasma, si avrà così uno scambio con ioni cloro. Gli ioni idrogeno invece si legano all’emoglobina all’interno degli eritrociti. Quando gli ioni idrogeno superano la possibilità di legame con l’emoglobina essi diffondono al di fuori del globulo. Nonostante ciò il ph diminuisce solo modestamente per la presenza dei sistemi tampone plasmatici.

<strong>A livello alveolare </strong>avvengono fenomeni opposti l’CO2 diffonde dai capillari polmonari agli alveoli provocando una riduzione della PCO2 a livello capillare alveolare, la CO2 legata alle proteine del sangue si dissocia e diffonde negli alveoli. La diminuzione della PCO2 nei capillari alveolari provoca la formazione di legami  tra gli ioni bicarbonato e gli ioni idrogeno  con la produzione di acido carbonico che si dissocia a sua volta in acqua e CO2 quest’ultima si diffonde negli alveoli polmonari. Contemporaneamente alla formazione di acido carbonico dal legame degli ioni bicarbonato con gli ioni idrogeno, gli ioni bicarbonato diffondono dal plasma verso gli eritrociti mentre gli ioni cloro diffondono in senso opposto. Gli ioni H diffondono nei globuli rossi, provocando una diminuzione di concentrazione di ioni H nel plasma con conseguente lieve incremento del PH. Il trasporto di CO2 sotto forma di ioni bicarbonato provoca una modificazione del PH ematico. La diminuzione di CO2 provoca un aumento del PH e viceversa. Pertanto la regolazione del livello di CO2 è un modo per controllare il PH ematico e può essere realizzato variando la frequenza e la profondità della respirazione. Il variare del PH dipende anche dall’affinità per l’ossigeno, una minore affinità provoca una diminuzione del PH e viceversa per un’affinità alta. Questo dipende dal variare degli ioni idrogeno i quali si legandosi all’emoglobina modificano l’affinità per l’ossigeno, quindi più ioni idrogeno più il PH è basso. Anche un aumento della temperatura diminuisce l’affinità dell’emoglobina per l’O2.

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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">Fitness e Allenamento</category>
        
        
         <pubDate>Mon, 07 May 2007 20:42:34 +0100</pubDate>
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         <title>Principi di una valutazione dinamica</title>
         <description><![CDATA[I pazienti si muovono con svariate modalità che sono del tutto personali e che possono essere chiamate "normali" (Shumway-Cook & Woollacott 2001).
Le influenze negli schemi di movimento includono la paura del dolore, salute generale ed umore, lunghezza relativa dei tessuti, forza e livello di attivazione dei muscoli e timing di contrazione di questi muscoli.

<u>Le richieste funzionali e le attività abituali </u>inoltre contribuiscono allo sviluppo di particolari schemi di movimenti (Shumway-Cook & Woollacott 2001).

Tutti questi fattori devono essere considerati durante l'esame della funzione muscolare attorno alla spalla. Schemi di movimenti antalgici sono caratteristiche famigliari dell'esame fisico un classico esempio è il braccio che vada via dal piano di movimento verso quello della scapola durante l'abduzione sul piano frontale, per prevenire dolore durante questo movimento.

<em>Un paziente che non stia bene o sia depresso, spesso mostra una postura incurvata con movimenti lenti e pesanti.</em>

Tale postura, se abituale, può essere la prima causa di una rotazione scapolare povera durante l'elevazione del braccio, con potenziale sviluppo di un conflitto sotto-acromiale.
I movimenti avvengono nel percorso offerto dalla minore resistenza, così la compensazione per un tessuto retratto od un'articolazione rigida si instaura in un piano differente o con differente parte del corpo.
Anche un muscolo debole porterà ad alterazione dello schema di movimento, dal momento che la sua debolezza deve essere compensata da un alterato schema di attività con un muscolo sostituto in grado di realizzare un'azione simile.
Un alterato timing di contrazione, come discusso sopra, influenza gli schemi di movimento, sicché o le coppie muscolari tendono ad essere prodotte senza la preattivazione degli stabilizzatori (Hodges & Richardson 1996, 1998; David et al. 1997; Cowan et al. 2001), oppure la natura dell'attività degli stabilizzatori è convertita da direzione-indipendente ad una che diventa direzione specifica (Hodges & Richardson 1997).

<em>Per ottenere un risultato di successo, la riabilitazione deve essere incentrata sulle capacità del paziente piuttosto che sulle problematiche.</em>

Il punto di partenza per la progressione deve essere rappresentato dai corretti schemi di movimento e, reclutamento muscolare.

<em>Allenare in uno schema scorretto rinforzerà solo lo schema.</em>

Pertanto, la valutazione della funzione muscolare deve mettere in evidenza le capacità del paziente oltre che gli impedimenti.

<strong>Osservazione della postura</strong>

Una posizione articolare alterata, come nel caso in cui alcuni muscoli appaiono tesi o iperattivi ed altri allungati e meno attivi, forniscono le prime ipotesi in relazione alla funzione muscolare.
L'osservazione della postura dell'intero corpo è una parte integrante della valutazione posturale del quadrante superiore.
Tutto ciò dovrebbe avvenire nel contesto delle richieste funzionali del paziente, perciò include la valutazione delle posture di routine usate dal paziente.
Lo sviluppo muscolare del quadrante inferiore e la postura della colonna può indicare se gli schemi integrati di movimento del corpo intero siano adeguati alla funzione normale del quadrante superiore.
La postura cervico-toracica ha una considerevole influenza sulla mobilità e posizione scapolare e perciò anche sulla mobilità gleno-omerale (Crawford & Ju1l1991; Culham & Peat 1993; Solem-Bertoff et al. 1993). Analisi specifiche sulla posizione di braccio e scapola forniranno quindi indizi iniziali sui carichi sopportati comparati alle articolazioni gleno-omerale e scapolo-toracica.
Infine dovrà essere fatta un'analisi specifica del profilo e del tono muscolare di tutti i gruppi muscolari importanti.

<strong>Analisi degli schemi di movimento</strong>

Enfasi particolare viene posta in una dettagliata analisi visuale degli schemi di movimento spontanei.
Specifica attenzione viene prestata al reclutamento di particolari gruppi muscolari in relazione ad ogni movimento, alla valutazione visuale del timing di tale reclutamento ed al relativo contributo di tutte le parti del corpo al movimento. Una parte importante della funzione normale è l'abilità di dissociare differenti parti del corpo durante il movimento.
La nostra esperienza clinica ci ha mostrato che l'incapacità di dissociare il tronco dal movimento scapolare, per esempio, è spesso un significante fattore contribuente per la disfunzione della spalla.
Allo stesso modo, scarsa stabilità di pelvi e tronco sottopongono a considerevole stress il quadrante superiore durante attività funzionali in carico o rapide (Kibler 1998a,b).
Il controllo del movimento, sia concentrico che eccentrico, viene altresì valutato, alle velocità rilevanti per la rappresentazione clinica del paziente.
Similarmente, se i sintomi vengono provocati solo dopo ripetizioni o sotto carico, queste componenti vengono incluse.
La ripetizione di un'elevazione del braccio mentre si tiene in mano un piccolo peso può dimostrare schemi di movimento alterati non rilevati con un singolo movimento a scarico.
Il rilevamento di strategie di compenso e la provocazione dei sintomi richiedono cauta attenzione. Qualsiasi asimmetria rilevata viene corretta attivamente, se possibile, e passivamente per valutare i suoi effetti sulla riproduzione dei sintomi e sulla performance del movimento.
La correzione attiva permette di capire la consapevolezza del paziente sul danno posturale o del movimento e sulle strategie motorie appropriate per correggerlo.
La correzione posturale o la facilitazione di un'attivazione muscolare più normale che alteri il dolore durante il movimento dona un'indicazione positiva di una relazione tra dolore e movimento e di un potenziale beneficio di un programma di riabilitazione dinamica.

<strong>Valutazione specifica delle coppie di forza rilevanti</strong>

Durante una valutazione iniziale, viene data più importanza dagli autori nella valutazione della coppia di forze rilevanti per la stabilizzazione del complesso della spalla, che non una valutazione manuale isolata della muscolatura, dato che la conoscenza della più sottile capacità di stabilizzare il complesso della spalla permette migliori interpretazioni dei risultati, rispetto alle più superficiali valutazioni della forza muscolare.
La valutazione della funzione muscolare globale chiamata "forza-dipendente" da Kibler (1998a).

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         <link>http://www.fitnessinsight.it/personal-trainer/principi_di_una_valutazione_di.html</link>
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                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#category">Riabilitazione e Salute</category>
        
                  <category domain="http://www.sixapart.com/ns/types#tag">valutazione funzionale</category>
        
         <pubDate>Tue, 01 May 2007 13:12:34 +0100</pubDate>
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         <title>Limitata flessione del ginocchio</title>
         <description><![CDATA[La limitazione della flessione del ginocchio detta anche contrattura infrapatellare è causata da una tensione eccessiva del tessuto connettivo intorno alla rotula che ne impedisce lo scorrimento. Questa tensione e rigidità dei tessuti può essere provocata da cicatrici di traumi o interventi chirurgici precedenti. <a href="http://www.fitnessinsight.it/images/flessioneginocchio.jpg"><img alt="flessioneginocchio.jpg" src="http://www.fitnessinsight.it/images/flessioneginocchio-thumb.jpg" width="150" height="200" /></a>

Sintomo evidente di questa patologia è l'impossibilità di una completa flessione del ginocchio e dolore sul comparto anteriore del ginocchio, i tessuti risultano ipertrofici ed i muscoli flessori sono relativamente deboli. 

<strong>Il trattamento di questa patologia prevede:</strong> 

1 . L’assunzione regolare di anti-infiammatori per 1/2 mesi. 

2. Mobilizzazione della rotula: seduti con la gamba estesa ai massimo e rilassata, mobilizzate  con decisione la rotula nelle varie direzioni per 5 minuti. 

3. Esercizi per la mobilizzazione del ginocchio: 
     -    distesi supini con le gambe flesse a 90' ed i piedi appoggiati al muro. Far scivolare i piedi fino dove possibile tenendoli appoggiati al muro. 
-	seduti su una sedia con le braccia lungo ì fianchi e le mani in appoggio sul bordo della sedia, i piedi appoggiati a terra, scivolare verso l’avanti con le gambe ed i glutei cercando di bilanciare il peso con le mani in appoggio.
-	 a terra con mani e ginocchia in appoggio, avvicinare i glutei ai vostri talloni, non andare oltre quando si sente tirare. 

4. Movimenti ciclici: eseguire movimenti ciclici come il pedalare, prima da sdraiati mimando il movimento dei pedali, poi utilizzando una bike con resistenza molto blanda e con una posizione del sedile in estensione quasi completa. Mano a mano con il tempo abbassare sempre più il sedile. 

5. Potenziare: seguiti da un valido personal trainer e sotto la vigilanza del medico ortopedico o del fisioterapista cercare di potenziare i muscoli dell’arto inferiore. 

Lavorare sempre sul numero di ripetizioni e mai con un’intensità elevata. Eseguire esercizi di stretching statico mantenendo le posizioni anche per 50”. Utilizzare sempre ghiaccio dopo le sedute di stretching per 15/20 minuti.
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 21:08:41 +0100</pubDate>
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         <title>Patologie del ginocchio</title>
         <description>I problemi principali che affliggono il ginocchio sono dovuti a legamenti e menischi, verranno trattati in tutte le loro fasi in modo da dare utili indicazioni di intervento.</description>
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 14:15:18 +0100</pubDate>
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         <title>La pubalgia</title>
         <description>Una tra le patologie più difficili da inquadrare che spesso affligge gli sportivi, soprattutto i calciatori, un quadro generale di intervento su tale problematica.</description>
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 14:10:27 +0100</pubDate>
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         <title>Il ginocchio infortunato</title>
         <description>Una delle articolazioni che subiscono più infortuni è sicuramente il ginocchio, nell&apos;articolo si tratterà in modo molto pratico degli aspetti dell&apos;anatomia e della fisiologia di questa articolazione, dando delle indicazioni pratiche molto utili per il suo trattamento.</description>
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 14:01:07 +0100</pubDate>
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         <title>Periostite e flebite alla gamba</title>
         <description>Cenni su periostite e flebite, due patologie che possono invalidare e compromettere per molto tempo la deambulazione.</description>
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 13:50:56 +0100</pubDate>
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         <title>Dolore al gomito</title>
         <description>Le quattro problematiche con più frequenza colpiscono il gomito sono: l&apos;epicondilite, l&apos;epitrocleite, borsite, lussazione; 
Piccolo excursus su questi quattro problemi.</description>
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 13:42:52 +0100</pubDate>
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         <title>Il piede</title>
         <description>Nel seguente articolo si espongono le principali patologie che possono gravare sul piede, cercando di dare un quadro generale delle problematiche, anche gravi, che affliggono il piede. Nella seconda parte invece si cerca di dare degli strumenti per poter trattare le patologie più comuni.</description>
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         <pubDate>Mon, 30 Apr 2007 13:27:46 +0100</pubDate>
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